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Cavallermaggiore

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Cavallermaggiore: la città, le frazioni, i nuclei rurali e le reti che la attraversano
Cavallermaggiore si presenta al visitatore come un organismo territoriale complesso, ben oltre il perimetro del centro storico. Al capoluogo si affiancano due frazioni — Madonna del Pilone e Foresto — e una costellazione di nuclei rurali di minore estensione ma non meno significativi: Asalotti, Bertolini, Cascine Olmetto, Cascine Trebietta, Mana, Motta Gastaldi, Prinotti, Riassuolo. È un modello insediativo diffuso, tipico della piana cuneese, dove il paese accentrato convive con un tessuto abitativo sparso, radicato nel lavoro dei campi.
Il centro storico conserva tracce di una storia stratificata: dalle origini medievali legate all'Abbazia di Novalesa e alla Chiesa di San Pietro, edificio più antico della città, fino al passaggio ai Savoia nel Trecento, che segna l'inizio del legame con la storia dinastica piemontese. Palazzo Garneri, oggi sede municipale, la chiesa di Santa Maria della Pieve in stile neogotico e la barocca Chiesa di San Bernardino, opera dell'architetto Francesco Gallo, restituiscono la fisionomia di un borgo che è stato, nel tempo, crocevia di committenze religiose e civili di rilievo, con il nome di Cavallermaggiore che secondo gli storici trae origine dalla presenza di allevamenti di cavalli da lavoro legati all'Abbazia di Novalesa.
La frazione di Madonna del Pilone deve il proprio nome a un pilone votivo che qui sorgeva, secondo la tipica devozione mariana diffusa nelle campagne piemontesi — testimonianza di una religiosità rurale che affidava a semplici edicole agli incroci delle strade campestri la protezione dei campi e dei viandanti. Nel capoluogo si concentrano invece i principali edifici di culto della città, tra cui il Santuario della Beata Vergine delle Grazie e la chiesa di Santa Teresa. Foresto, dal canto suo, conserva nel proprio toponimo la memoria di un antico sistema di canalizzazione storica, testimoniata dal Canale Foresto, che un tempo irrigava i prati della Cascina Spessa Inferiore — un indizio di quanto la toponomastica locale sia essa stessa un archivio delle trasformazioni del paesaggio agrario.
Il calendario cittadino è scandito, nel corso dell'anno, da manifestazioni che intrecciano tradizione agricola, cultura e devozione: la Sagra del Gorgonzola tra aprile e maggio, la Mostra del libro "Fiera Piemontese dell'Editoria" in dicembre, il Presepe storico tra dicembre e gennaio, e la festa della Beata Vergine delle Grazie in agosto, legata proprio al santuario cittadino.
Proprio ai percorsi ciclabili sulle strade secondarie è legato un ulteriore livello di lettura del territorio: pedalando tra i nuclei rurali si incontrano piloni votivi, cappelle campestri e piccole chiesette disseminate in molti punti della campagna, spesso agli incroci o presso le cascine — segni minori ma diffusi di una devozione popolare che ha accompagnato per secoli il lavoro dei campi, e che l'itinerario può restituire come un vero e proprio itinerario nell'itinerario per chi percorre il territorio in bicicletta.
Un patrimonio di uomini e voci
Al patrimonio materiale di Cavallermaggiore si affianca quello, altrettanto vivo, delle sue figure. Qui è nato nel 1958 Gianmaria Testa, cantautore di formazione autodidatta cresciuto in una famiglia di agricoltori, capostazione a Cuneo prima ancora che musicista affermato — una biografia che intreccia proprio i due temi di questo racconto, la terra e la ferrovia. La sua voce, apprezzata per l'essenzialità del linguaggio, conquistò il pubblico francese ancor prima di quello italiano, portandolo sui palchi di Parigi e a incidere otto album nel corso della carriera.
Cavallermaggiore fu inoltre a lungo residenza estiva di Ascanio Sobrero, chimico piemontese noto per aver sintetizzato per primo la nitroglicerina: uno scienziato che, con lucida inquietudine, si dichiarò sempre riluttante di fronte agli usi che di quella sua scoperta si sarebbero fatti. Sobrero riposa proprio nel cimitero di Cavallermaggiore, ultimo legame fisico tra lo scienziato e la città che lo accolse.
Le reti infrastrutturali
Il territorio è storicamente attraversato da un nodo ferroviario di rilievo sovracomunale: la linea Torino–Fossano–Savona (già Torino–San Giuseppe di Cairo), su cui insiste tuttora la stazione di Cavallermaggiore, punto di diramazione anche verso Castagnole Lanze. A questa si affiancava, in origine, la dismessa Moretta–Cavallermaggiore, primo tratto di una direttrice trasversale verso Bra, Alba e Alessandria, attivata il 17 maggio 1886 come prosecuzione dell'originaria Airasca-Cavallermaggiore, di cui oggi restano tracce solo parzialmente leggibili nel paesaggio.
Il nodo ferroviario è anche oggetto di un intervento infrastrutturale recente e di rilievo: la soppressione del passaggio a livello al km 31+117, sulla direttrice che genera da anni criticità di traffico lungo la S.P. 48 Cavallermaggiore–Bra e la provinciale per Sommariva Bosco, attraverso la realizzazione di un cavalcavia stradale, una rotatoria, una pista ciclabile e l'adeguamento della viabilità esistente — un intervento che lega direttamente il tema della mobilità dolce a quello della sicurezza e della continuità della rete viaria locale.
Sul piano stradale più ampio, il territorio si colloca in prossimità del futuro corridoio autostradale A33 Asti–Cuneo, mentre il fitto reticolo di provinciali e strade secondarie mantiene la maglia storica di collegamento tra capoluogo, frazioni e nuclei rurali. A questa rete "asciutta" si sovrappone quella, altrettanto fitta, dei canali irrigui — bealere e fontanili di origine antica — che ancora oggi segnano il confine delle proprietà e hanno garantito, storicamente, la copertura pressoché totale del fabbisogno irriguo del territorio, prima infrastruttura, in ordine di tempo, a strutturare l'insediamento agricolo dell'intera piana.
Un percorso tra i campi: l'agricoltura della Piana lungo le strade secondarie di Cavallermaggiore
Gli itinerari si snodano pianeggianti sulle strade secondarie del territorio comunale, offrendo un attraversamento diretto e senza asperità di uno dei comparti agricoli più produttivi della piana. Pedalando tra i campi si legge, quasi come in un catalogo a cielo aperto, la varietà delle colture che sostengono l'economia locale: distese di mais che in estate chiudono l'orizzonte, filari ordinati di pomodoro da industria, i vivai di pioppelle destinati alla pioppicoltura da legno, e — meno appariscenti ma ugualmente significativi — gli appezzamenti dedicati a menta e camomilla, coltivazioni officinali e aromatiche che testimoniano la diversificazione produttiva.
A intervalli regolari, il paesaggio agricolo è scandito da cascine e ciabot, presidi storici del lavoro nei campi. Osservandone i volumi si riconoscono con chiarezza gli ampliamenti e gli adattamenti stratificati nel tempo: corpi aggiunti per nuove stalle, tettoie per il ricovero di macchinari sempre più ingombranti, capannoni che affiancano i nuclei rurali originari. Sono la traccia fisica di un'agricoltura che non si è fermata, ma si è continuamente riorganizzata — oggi affiancata da allevamenti intensivi di bovini, suini e avicoli, e da una solida filiera lattiero-casearia.
A rendere possibile tutto questo è una fitta rete di canali d'acqua, che accompagna il percorso disegnando al tempo stesso i confini poderali e l'infrastruttura silenziosa dell'abbondanza agricola: acque derivate dai fiumi principali della piana e acque di falda sollevate con impianti di pompaggio, in un sistema idrico che è, a tutti gli effetti, il vero motore produttivo di questo territorio.