Torre della Rea (o Cassin-a Tor-Rea) è una cascina che deve il suo nome probabilmente perchè situata su terreno arenario, ovvero sabbioso, asciutto oppure dal fatto che la sua fortezza fu anche adibita a prigione (da Rea, "colpevole" oppure da "reato").
Infatti, è citata nel capolavoro dello scrittore murellese Edoardo Calandra (1852-1911), La Bufera (1898) che la descrive come "un torracchione quadrangolare, posto sopra un rialto artificiale [...], al presente serve di granaio e di magazzino ai contadini d’una cascina annessa”.
La leggenda narra che vi sia stata rinchiusa una donna, probabilmente una serva che il padrone del podere aveva reso gravida oppure, più probabilmente, come cita l’opera, “abbia servito di prigione a una gran dama trovata infedele dal marito”, fatta poi morire di stenti e dopodichè sotterrata nel bosco adiacente. Si racconta che da quel momento in poi, la zona sia stata frequentata da masche.
L’opera racconta ancora, a proposito del luogo, di quando il protagonista, Luigi Ughes, dopo aver accompagnato lo zio medico a constatare la morte del padrone della cascina, si spaventò della presenza dei fuochi fatui emessi dai terreni del luogo.
Quest’ultimo racconto, pare, tuttavia, in discordanza con la prima toponomastica ipotizzata per il sito.
La Torre fu, inoltre, utilizzata dai partigiani come vedetta durante la resistenza.